quest’anno la #Fashion Revolution Week ci trova preparati!
Dal 15 al 24 aprile le botteghe daranno particolare risalto alla moda etica, abbigliamento e accessori realizzati nel rispetto dei diritti dei lavoratori e con particolare attenzione alla riduzione del loro impatto sull’ambiente.
Perché parliamo di Rivoluzione nel campo dell’abbigliamento?
Nel mercato globalizzato la moda è diventata un business miliardario, è ormai molto più di una semplice tendenza. Oggi la conosciamo con il nome di #Fast Fashion: un sistema che consuma risorse, inquina e danneggia l'ambiente.
Condividiamo insieme alcuni dati che ci aiutano a comprendere questa realtà e a prepararci alla #FashionRevolution, una settimana di iniziative a livello internazionale per porre l'attenzione su uno dei settori più inquinanti e con più sfruttamento del lavoro e dei diritti umani del nostro tempo.
La Fast Fashion è un approccio all’industria della moda caratterizzato dalla produzione su larga scala di vestiti economici di rapida rotazione, che replica i trend delle passerelle. Questo modello consente alle aziende di lanciare collezioni frequenti a prezzi bassissimi, spingendo i consumatori ad acquistare di continuo e a sostituire i loro indumenti con nuovi modelli. Tuttavia la produzione massiccia e veloce di abbigliamento ha un impatto devastante sull’ambiente, sulle risorse naturali e sui diritti dei lavoratori.
Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno: nel 2000 sono state prodotte 58 milioni di tonnellate di fibre tessili, nel 2020 si è saliti a 109 milioni di tonnellate, per il 2030 si prevedono 145 milioni di tonnellate.
Un cittadino europeo consuma ogni anno in media 400 mq di suolo, 9 mc di acqua, 391 kg di materie prime, 270 kg di CO2 per far fronte a questa produzione. Inoltre, è stato calcolato che la produzione tessile inquina il 20% delle acque potabili globali, mentre il lavaggio di capi sintetici rilascia ogni anno 0,5 mlioni di tonnellate di microfibre nei mari. Per fabbricare una maglietta di cotone sono necessari 2.700 litri di acqua dolce, lungo tutta la filiera. Ma il problema maggiore, per lo più invisibile al consumatore, è la folle creazione di rifiuti: ogni anno, l’85% dei tessili prodotti finisce in discarica. Ogni anno, solo nell’Unione europea vengono gettate via 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili. Solo l’1% dei capi viene riciclato in abiti nuovi. Dal punto di vista dell’inquinamento, l’industria della moda è responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio, dovute al trasporto, al packaging e ai resi dei capi di abbigliamento acquistati sulle piattaforme online.
(Fonte: Equo Garantito)
Di fronte a questo quadro desolante, cosa fare? È importante informarsi per essere consapevoli delle proprie scelte di consumo. E poi agire di conseguenza!